2008 Quartetto d'archi

Hével

Scritto su commissione del Festival di Musica Contemporanea “La Biennale” di Venezia 2008.

Eseguito dal Kreutzer Quartet a Venezia, Teatro alle Vergini, Ottobre 2008.

Eseguito dal Doelen Kwartet a Ostrava, per il Festival Ostrava Music Days, Agosto 2009 e ad Amsterdam, Concertgebouw aan’t IJ, durante la Gaudeamus Music Week 2009 – finalista all’International Gaudemaus Composer Competition, Settembre 2009.

Eseguito parzialmente dal quartetto d’archi dell’ Ensemble Algoritmo a Roma, per i concerti finali dell’Accademia di Santa Cecilia, Novembre 2009. Trasmesso su Radio 3 RAI.

Organico: Quartetto d’archi

Hével in ebraico significa vanitas- secondo la Vulgata. Le traduzioni del libro del Qohèlet in mio possesso traducono questa parola come spreco (Erri de Luca, Feltrinelli), fumo (Ceronetti, Einaudi), niente (Ceronetti, Adelphi 1970), e ovviamente vanità (vers. CEI, 1974). L'immagine restituita dall'ebraico evoca piuttosto l'inconsistenza di un filo di fumo che svanisce nell'aria. Un filo - di suono - è dunque il punto di partenza della composizione, un'esile presenza prodotta da un cluster di otto armonici indeterminati, i più acuti possibili (acuti, ma dal suono non strozzato). Il cammino di questo filo è volto alla scoperta delle molteplici fondamentali che lo generano, e che puntano temporalmente verso il Do della quarta corda del violoncello. In questo senso le quinte delle corde vuote degli archi costituiscono un gruppo di altezze che appartengono agli spettri armonici utilizzati, e che per la loro impronta sonora estremamente connotata emergono esplicitamente dall'ambiente sonoro in cui sono inserite. In realtà, e lo ribadisco, esse sono figlie della stessa famiglia d'origine, vale a dire del medesimo suono generatore, un Ur-tone grave e necessario per la formazione di tutti gli spettri utilizzati. Formalmente il pezzo si divide in due sezioni. La prima [b. 1 – 110] vede la continua perturbazione del filo di suono iniziale, realizzata attraverso articolazioni figurali e gestualità molto pronunciate (glissati, jeté, etc..). L'oggetto musicale impiegato è, come si è detto, un suono acuto che precipita verso il grave, e all'acuto ritorna. Tale percorso viene ripreso ciclicamente nel corso della sezione, e ad ogni ripetizione l'oggetto viene inquadrato in modo diverso (benché la sua natura rimanga tale dall'inizio alla fine della composizione); così, ad esempio, la parte che va da b. 21 a b. 28 è una sorta di time stretching delle prime due battute d'apertura, e da b. 44 a b. 49 si assiste alla dilatazione dei glissati dei violini di b. 3 e 4. La seconda parte si spinge più decisamente verso un particolare dell'oggetto musicale, vale a dire il glissato (o meglio, l'inflessione) che troviamo nei violini di b. 3, e lo pone sotto la lente di ingrandimento. Il risultato dell'osservazione emerge nelle b. 196 e 197, quando viene sancita l'identità fra il vibrato e il glissato: l'uno e l'altro sono oscillazioni, la prima attorno, e la seconda verso un punto. Al termine della composizione avviene invece una distillazione e un filtraggio del filo di suono iniziale: gli strumenti suonano tirando l'arco sul bordo della cassa armonica, vicino alle f, producendo un tenue, ma udibile, soffio.